La nostra quotidianità è contrassegnata dal “ritmo”. Un ritmo elevato che lascia poco spazio alle pause. Più cose si fanno
meglio ci si sente. O almeno questa è la sensazione. Ci si sente efficienti e le organizzazioni ci fanno sentire più bravi. Certo,
ove più, e ove meno, l’andare “di corsa” è una caratteristica che influenza anche il nostro giudizio su quanti lavorano e
collaborano con noi. Vediamo persone correre nei corridoi o che sono rincorse da colleghi che hanno bisogno di discutere
con loro, sottoporre una questione, far firmare un modulo, essere rassicurati. E il tempo così non c’è mai; a ben guardare per
“fare” ciò che non abbiamo potuto “fare”. Pensiamo al tempo che ci manca, come a una dimensione comunque da riempire
ancora con il “fare”. Difficilmente pensiamo al tempo “di lavoro”, o di “non lavoro”, come a uno spazio in cui “lavorare anche
su noi stessi”. Stare in “nostra” compagnia in realtà è difficile, perché dove non c’è ritmo ci sentiamo persi e inutili, e la
“pausa” quindi diventa dissonante. |