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Intorno al cinismo
 e all’ingratitudine

Il cinismo è un difetto difficile da trattare, perché vanta qualche alibi di gran momento. Un cinico puro tende ad autoassolversi, dicendo che vede le cose come sono veramente e senza farsi illusioni. Così “il cinismo è quasi sempre travestito da concretezza e senso della realtà, abbellito dell’amarezza delle illusioni perdute che portano a parlare così”.
L’azienda è cinica per bisogno o per cultura. Per bisogno talvolta chiude gli occhi sulle conseguenze delle sue scelte più dolorose. Fa assumere ad alcuni suoi manager la veste di giustizieri spiacenti ma fermi, e opera le ristrutturazioni più drastiche. Dopo alcune di queste operazioni gli uomini diventano sempre più fermi e sempre meno spiacenti, tanto si sono convinti delle sante ragioni della salvezza collettiva. Perché il cinismo per bisogno, una volta assorbito, è auto assolutorio, quando non è anzi percepito come virtù difficile, perché impopolare, ma per questo tanto più meritoria.
Invece, il cinismo per cultura è proprio di alcuni mestieri che misurano il proprio successo dalla sconfitta di qualcun altro. È il cinismo di chi pur di vincere altera consapevolmente la verità, mente sapendo di mentire e nulla importa se a taluni risulta palesemente bugiardo.
Anche l’ingratitudine è uno strano difetto, difficile da trattare. Infatti chi lo ha non se accorge per nulla,ma l’altro, che dell’ingratitudine si sente vittima, crede che lo faccia apposta. L’ingratitudine è quindi la non attuazione di un comportamento atteso dall’altro, non un comportamento in se. In natura si direbbe che non è una proprietà dell’oggetto, ma il riflesso sull’oggetto di fattori estranei. Con il bel risultato che l’ingratitudine diventa un difetto inventato da chi l’attribuisce agli altri, come il tradimento di un amore finito.
In azienda l’ingratitudine non dovrebbe esistere, per il buon motivo che non dovrebbe esistere la gratitudine. La gratitudine dovrebbe essere il corrispettivo atteso di un favore precedente, cioè qualcosa di non dovuto, tuttavia dato, per amicizia, per benevolenza, per stima personale, ma non per diritto e per merito. Ma i primi tre sono sentimenti che hanno il loro compenso in se stessi, e non nel loro tornaconto in gratitudine. Diritti e meriti dovrebbero essere semplicemente riconosciuti senza dar titolo a gratitudine. Se un capo che ha assegnato un aumento, ha sollecitato una promozione, ha dato un permesso, si aspetta gratitudine, pretende una cosa che non gli spet
ta.